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SICILIA
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NOTO S.P.Q.N. e Provincia

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Tags: Noto ProvinciaNoto SPQN
Noto è stata una provincia del Regno delle Due Sicilie.
Essa fu istituita da Ferdinando I delle Due Sicilie, con un Decreto Reale dell'anno 1837.

Noto was a province of the Kingdom of the Two Sicilies.
Was established by Ferdinand I of the Two Sicilies, in the year 1837, Noto became the capital.

Noto SPQN

Noto ebbe l'onore della concessione della cittadinanza romana.

Noto had the honor of granting Roman citizenship. (SPQN)

SPQN Sicilia Noto

Si presume che simbolo della città fosse probabilmente il toro.
Durante il regno  di Ferdinando il Cattolico le diede il titolo di urbs ingegnosa e la città ebbe il proprio stemma ufficiale, esso consisteva in uno scudo  crociato bianco e rosso amaranto, portante ai lati l’incisione:
"Netum urbs ingegnosa et vallis caput", altre volte S.P.Q.N. .
Lo stemma di Noto rimase in  vigore fino a pochi anni dopo l’unità d’Italia e a tutt’oggi è possibile vederlo sui prospetti del municipio e della Cattedrale della città.





Sezione medievale dedicata a Noto Antica

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Tags: noto anticamuseo di noto
Giovedì sarà il giorno della riapertura della sezione medievale dedicata a Noto Antica e ricavata tra le stanze del Museo Civico di corso Vittorio Emanuele


Giovedì 19 luglio alle ore 19:30 ( non alle 18:30 come indicato nel primo comunicato) torniamo a parlare di Noto antica con la riapertura della Sala Medievale, saranno esposti nuovi reperti, in particolare due bocche da fuoco del 400 e del 600 per esporre le quali sono stati realizzati da Maestri Artigiani nuovi affusti in legno, altri reperti straordinari come due grandi Spadoni saranno nuovamente fruibili.
Incontreremo studiosi e divulgatori per discutere di armi, fortezze e uomini che difesero quest'angolo della Sicilia, seguirà cocktail rigorosamente medievale. Appuntamento immancabile per gli amanti della storia della propria terra.





La lezione del Val di Noto

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Tags: MarioTozzistorianoto
Nel Seicento nel Siracusano ci furono 50 mila vittime. Oggi i paesi dell’area sono un modello di sicurezza. Decine di pullman al giorno nei luoghi di Montalbano



Quando il sole comincia ad abbassarsi il Barocco del Val di Noto (mi raccomando, maschile) assume tutta la luce e la restituisce dorata e morbida, come se quei monumenti fossero prismi calcarei incantati. Percorro il corso principale di Noto accanto alla cattedrale di San Nicolò e poi volto a destra, in leggera salita, per scorrere con lo sguardo le mensole dei balconi del palazzo Nicolaci di Villadorata. Ipnotizzato dai grifoni e dalle sirene quasi dimentico che tutto questo è dovuto a un terremoto, anzi, al terremoto più forte che l’Italia intera abbia mai sofferto. Un sisma da cui, però, la Sicilia si è risollevata grazie a una politica accorta e lungimirante che l’ha fatta ripartire in poco tempo e bene. Un luogo visitato da milioni di persone da tutto il mondo, non solo per il mare e il Barocco, ma anche per la fiction italiana più famosa di sempre, il Commissario Montalbano, che è ambientata proprio qui.

Nel gennaio del 1693 un terremoto valutato (a posteriori) di magnitudo 7,5 Richter, più forte di quello di Reggio e Messina del 1908, distrusse il Val di Noto e Catania. Nel capoluogo ci furono 15 mila morti su quasi 20 mila abitanti. Cinquantamila vittime in tutto. Distruzione totale. I principi di Carafa si comportarono bene, non solo prestando soccorso, ma anche finanziando e ricostruendo nuove città secondo rigidi canoni antisismici. I lavori iniziarono nell’aprile dello stesso anno, quattro mesi dopo il sisma. Così risorsero Occhiolà, Caltagirone, Avola, Modica, Noto e altri centri minori. A Grammichele le vie sono larghe almeno dieci metri e le piazze sono concepite anche come centri di raccolta. La pianta della città è esagonale, con sei maggiori vie di fuga che conducono ad altrettante piazze minori rettangolari. A Noto i palazzi sono sempre più bassi di 15 metri e le mura sono imponenti. Dovunque impressione di solidità e grande bellezza. Scrive Gesualdo Bufalino: «Andate a Noto, datemi retta… questo è un luogo che se uno ci capita, resta intrappolato e felice, chi lo muove più».

In realtà i criteri di ricostruzione seguiti furono diversi. Alcune città (Noto, Grammichele e Avola) furono ricostruite ex novo in aree diverse. Altre, come la stessa Catania, in situ secondo i criteri antisismici dell’epoca. Altre ancora ricostruite sul posto e senza rispettare i criteri antisismici (Caltagirone, Siracusa, Modica). A queste si aggiunge Ragusa che, invece, fu praticamente sdoppiata. In tutti i casi, oltre alle vie larghe e alle case basse, si ricostruì alleggerendo i tetti e impiegando poderosi pilastri che si riconscono molto bene ancora oggi nelle piazze. Ripartirono anche le tonnare, già utilizzate dal tempo dei romani e poi spazzate via dallo tsunami seguente al terremoto. Gli stessi Nicolaci di Villadorata, ricostruttori di Noto, avevano rimesso in sesto le tonnare fisse, come quella di Marzamemi. Mi fermo a pranzo sull’ampia piazza lastricata di calcari bianchi che senza soluzione di continuità conduce alla “balata” da dove si tiravano su i tonni. I ristoranti di pesce, installati nelle vecchie case dei pescatori, sono assaliti dai turisti, una buona parte arrivata quaggiù per altri motivi. Che vengono alla luce quando mi sposto a Ragusa, in piazza, proprio sotto la chiesa.

Al ritmo di una decina di pullman al giorno, decine di migliaia di visitatori si accalcano verso il set del commissario Montalbano, fino al punto che il regista deve chiamare più volte il silenzio. Ormai non può mancare la visita ai luoghi della fiction tratta dai libri di Andrea Camilleri e Montalabano è diventato uno di famiglia, così come questi luoghi remoti la cui geografia immaginaria (Vigata non esiste) è stata ricostruita interamente aderendo al Val di Noto. Così il piccolissimo borgo della Marina di Ragusa, dove un tempo le case costavano qualche migliaio di euro, ha improvvisamente visto crescere alle stelle le sue quotazioni. E la villa famosa da cui Montalbano prende il largo con le sue celebri nuotate è visitabile a contingenti ristretti, quando non c’è set, per via degli alti numeri di turisti. Bar, ristoranti e trattorie ammanniscono menù alla Montalbano e Agatino Catarella (l’attore Luigi Russo), che è nativo di Ragusa, mi racconta, «di pirsona pirsonalmente», quanto è cambiata la sua città da quando è diventata a tutti gli effetti meta di questo nuovo turismo televisivo. Tutto a partire da un terremoto di tre secoli fa che è diventato occasione di sviluppo, di sperimentazione architettonica e di rilancio culturale.

La Stampa  Mario Tozzi

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Sicilia: la leggenda della testa di moro

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La leggenda della Testa di Moro
testa di moro
Si dice che intorno all’anno 1100, periodo della dominazione araba in Sicilia, in un antico quartiere di Palermo, viveva una bellissima fanciulla dalla pelle rosea, paragonabile ai fiori di pesco.
Ella viveva quasi in clausura e trascorreva le giornate dedicandosi alla cura delle piante che ornavano il suo balcone.
Un giorno, passando un giovane moro vide la bella ragazza intenta a curare le piante e se ne innamorò subito.
Decidendo di volerla tutta per se ed entrò in casa della ragazza per dichiararle il suo amore.
La fanciulla ricambiò l’amore del giovane moro, ma quando seppe che questo l’avrebbe presto lasciata per tornare nelle sue terre in Oriente, dove l’attendevano moglie e i figli, approfittò della notte e lo uccise mentre giaceva nel sonno.
La fanciulla gli tagliò la testa, e con questa ci fece un vaso dove vi piantò del basilico odoroso. Infine lo mise in bella mostra fuori nel balcone, affinché l’uomo rimanesse per sempre con lei.
Il basilico crebbe rigoglioso, grazie alle lacrime che la fanciulla vi versava giornalmente, destando però l’invidia di tutti gli abitanti del quartiere che, per non essere da meno, si fecero costruire dei vasi di terracotta a forma di testa di moro. Teste che sono tutt’ora prodotte in ceramica dagli artigiani siciliani.







Terremoti su Iblei - placca africana

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Tags: placca africanaterremoti modicaplateau ibleo
Uno  studio dell’Istituto nazionale di Geofisica e Vulcanologia – INGV espone lo scontro tra la placca africana e quella euroasiatica che si “fa notare molto nell’area del plateau ibleo, a Modica nella Sicilia orientale”.

placca africana

Studio Ingv: le placche euroasiatica ed africana si scontrano in territorio ibleo, a Modica
Sono i segni dello scontro tra la placca europea e quella africana, in quel punto esatto avviene l’impatto tra le due placche e storicamente sono stati registrati i terremoti più forti dell’intera Sicilia.

plateau iblei modica

Basti pensare alle due scosse del 9 e 11 Gennaio del 1693, le quali furono talmente violente da devastare l’intera Sicilia sud-orientale, radendo al suolo molti centri abitati. I danni arrivarono sino a Palermo, alla Calabria meridionale ed a Malta”.




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